Aspetti e riflessioni sul fenomeno dell’immigrazione nel mediterraneo italiano.

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Il vero problema dIl vero problema dell’immigrazione che impatta nei mari e sulle coste italiane non è legato alla nostra capacità di dare accoglienza al prossimo. Piuttosto, esso si lega all’assenza di ottimismo e d’indipendenza che ne deriva da un fenomeno di simile portata. Se dovessimo per un attimo soffermarci sulle grandi ondate migratorie che hanno portato, nei secoli scorsi, alla nascita degli Stati Uniti d’America, oggi avremmo sicuramente qualche elemento in più per affrontare il problema da un punto di vista diverso. Prima della nascita delle colonie d’America, vi erano flotte di bastimenti (che oggi chiamiamo barconi) che dall’Inghilterra, dalla Germania, dall’Olanda, dell’Irlanda, giungevano sino in America per stanziarsi in Pennsylvania, a sud della Virginia e nella Carolina. Molti di questi coloni, addirittura, si addentravano nelle zone selvagge dell’entroterra caratterizzate da vallate sconfinate ricche di acqua, foreste e selvaggina di ogni tipo per fondare delle nuove comunità.

Guardando all’Europa di oggi però ci accorgiamo che essa manca e difetta proprio di quel concetto di spazio e di ricchezze naturali bastevoli per tutti. Essa è troppo vecchia per un nuovo modello di unione di Stati e troppo impoverita per far in modo che l’attuale fenomeno d’immigrazione possa essere risolto, semplicemente, con lo strumento dell’integrazione sociale. Il rischio più grande che ne può derivare è quello di esplodere in una forma di discriminazione “razziale” contro tutto ciò che riduce gli spazi vitali e che non ha nulla di riferibile al concetto di ciò che è diverso da noi. In altre parole, rispetto al passato, ad essere minacciato è il diritto alla sopravvivenza e non più quello al riconoscimento delle minoranze in termini di uguaglianza dei popoli davanti alla legge. Bisogna prendere atto che le discriminazioni a cui assistiamo oggi non sono vere e proprie forme di discriminazioni verso gli altri ma, piuttosto, la conseguenza che deriva dalla diminuzione di quella dimensione occupazionale, abitativa, sociale e formativa attualmente disponibile sul nostro territorio. Sul punto, se già nel ‘700 un gentiluomo francese naturalizzato in New York tale Michel Guillaume Jean de Crèvecœur, riferendosi alla nascita degli Stati Uniti d’America, scriveva: “Il ricco se ne sta in Europa; soltanto il ceto medio e i poveri emigrano” avrà pure avuto una sua logica in termini di opportunità. Oggi, invece, assistiamo ad un fenomeno che è completamente diverso rispetto al passato. Si tratta di un immigrazione che di fatto, barcone dopo barcone, viene subita da una popolazione (quella italiana) stremata da continue tasse e continue incertezze politiche ed economiche che minano il futuro dei cittadini stessi. Pertanto, nella disperazione di tutti, tale fenomeno viene vissuto dalla maggior parte di essi più come un progetto di occupazione che come uno di tipo umanitario.

L’Italia pertanto è chiamata a svolgere un ruolo difficilissimo che non le consente di affiancare alla gestione emergenziale quella della nascita di una coscienza europea da offrire in termini di rinascita generazionale ai tantissimi disperati che approdano sulle nostre coste. In questo difficilissimo compito, che ancora non è chiaro comprendere sino in fondo se si tratti di una missione umanitaria solo italiana o europea, una cosa è certa: dovremmo smettere di continuare a parlare di rifugiati. Sarebbe il caso di inziare a considerare una nuova forma di colonialismo passivo voluto dall’Europa visto che a costoro vengono forniti tutti i mezzi necessari per stabilizzarsi sul suolo dell’unione. In altre parole, facciamo noi quello che la madrepatria faceva al tempo dei coloni d’America quando emigravano in cerca di fortuna. Ma, ritornando all’aspetto squisitamente terminologico, dietro la parola “rifugiato” (che piace tanto all’Unione Europea per giustificare ogni tipo d’intervento), si nascondono molteplici interessi sovranazionali. Certamente quello di giustificare con l’urgenza le proprie carenze e di nascondere, agli occhi di tutti i cittadini degli stati membri, le forzature di convivenza imposte con politiche orientate esclusivamente all’integrazione sociale.

A nostro avviso, questo tipo di interventi, hanno come unico obiettivo quello d’indebolire l’identità nazionale degli stati membri e di favorire al contempo la nascita di una coscienza europea da vivere come illusione per un percorso europeista, allo stato, incerto. Tale assunto parte dal fatto che la politica comunitaria perpetrata in tutti questi anni ha dimostrato di essere più vicina ad una forma di assistenzialismo su cui speculare più che di una vera e propria accoglienza finalizzata ad una possibile integrazione. Basta vedere quello che succede nei centri d’accoglienza.

In virtù di ciò, Obiettivo Italia mira ad accendere un momento di ampio confronto sul tema dell’immigrazione, puntando essenzialmente sull’opportunità delle condizioni iniziali che dovrebbero, in un prossimo futuro, portare addirittura alla nascita di una nuova dimensione del diritto di cittadinanza così come la storia insegna con la nascita degli Stati Uniti d’America.

(a cura di Gregorio Esposito)

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