IL CONTE SUL COLLE

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Il professore Giuseppe Conte ha ricevuto da Mattarella l’incarico da presidente del Consiglio e nella sua prima conferenza stampa ha subito cercato di tranquillizzare i partner europei ribadendo l’importanza della linea d’azione che il contratto di governo porrà in essere. Rassicurazioni dovute se si tiene conto del fatto che egli è espressione di due forze politiche LEGA e M5S notoriamente anti europeiste. E se, da un lato, Di Maio (leader del M5S) dichiara platealmente al popolo italiano il suo benvenuto nella Terza Reppubblica, dall’altro, dobbiamo però avere il coraggio di guardare in faccia alla realtà, in faccia a quel lontano 9 novembre del 1954, dove quelle parole pronunciate presso l’Alta Autorità “I nostri paesi sono diventati troppo piccoli per il mondo attuale, in rapporto ai mezzi tecnici moderni, in confronto all’America e alla Russia oggi, alla Cina e all’India domani. L’unità dei popoli europei negli Stati Uniti d’Europa è il mezzo per rialzare il loro livello di vita e mantenere la pace” suonano ancora oggi così attuali e al contempo così lontane rispetto all’idea di unione che ci eravamo fatti. Se le cose stanno realmente così, allora cos è che non ha funzionato con questa Europa? Possiamo veramente pensare che le elezioni nazionali diventino puntualmente una corsa al tecnocrate migliore capace di battere i pugni sul tavolo? Purtroppo per noi, se da un lato ci dichiariamo emotivamente anti-europesti, in dispregio di quelle politiche stringenti che l’Europa continua a chiederci, dall’altro c’è ancora tanta paura di rimanere troppo indietro; troppo indietro anche rispetto a quella visione magica dell’Europa in cui avevamo ingenuamente iniziato a sperare. E, governo tecnico dopo governo tecnico, ci siamo lasciati alle spalle troppe cose, e, troppe cose fatte male. Vero è che, anche con quest’ultima tornata elettorale, ci ritroviamo ancora una volta con un possibile premier – Conte – che Salvini e Di Maio si ostinano a definire politico sebbene lo stesso si presenti agl’italiani come mero esecutore di un contratto di governo scritto da altri e imposto a tutti a suon di like e tweet sulla rete. In altre parole, l’ennesimo tecnico, questa volta depontenziato della sua componente politica perchè vincolato ad un contratto stilato da due forze partitiche geneticamente diverse. Una situazione complessa, quella che si è venuta a creare, che più di qualcuno incomincia a considerare come un velato tentativo di depistaggio presumibilmente posto in essere da chi, ancora incredulo dei risultati elettorali ottenuti, sa benissimo che ciò che è stato promesso in campagna elettorale comporta delle responsabilità politiche troppo grandi da assumersi in prima persona. Per costoro il consenso sembrerebbe venire prima dell’Italia e il rischio di perderli entrambi oggi rischia di mandare tutto all’aria. Proeccouparsi dei consenti non significa guardare al futuro del Paese e al suo ruolo in Europa ma, semplicisticamente, preoccuparsi solo di perdere in vanità. Ma può essere che in più di sessant’anni di Storia dell’integrazione europea, da questa esperienza non abbiamo ancora imparato nulla? Non chiedere al premier neo-incaricato e al governo che vorra dare al paese di guardare al futuro che ci attende significa precluderci quell’unica possibilità che abbiamo d’imparare ad essere diversamente europei e con essa diversamente forti anche a casa nostra. Il susseguirsi degli avvenimenti che dovrebbero portare all’individuazione di quella che sarà la squadra dei Ministri, in questo scontro con il Presidente della Repubblica Mattarella, ci dice ancora una volta che lo scontro e i veti tra poteri non sempre sono l’emblema perfetto della democrazia e di quel benessere tanto ricercato per il bene dei cittadini.

(da Obiettivo Italia)

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