La vera incognita delle elezioni europee? L’astensionismo 2.0

astensionismo

Con le prossime elezioni europee il rischio astensionismo da parte degli elettori italiani è ancora molto alto. Almeno questo è quello che sembra preoccupare (alla luce dei dati relativi alle precedenti elezioni europee del 2009) i soggetti politici oggi coinvolti. Sul punto però, non bisogna generalizzare. Anzi, prima di fare previsioni azzardate, è opportuno muovere i propri passi dai maggiori partiti in campo PD, FI e M5S e farsi un’idea di come questa variabile indipendente (l’astensionismo) possa incidere, alle prossime elezioni europee, in termini di stravolgimento dei risultati.

Sul punto, l’attuale competizione elettorale ha scelto la comunicazione come strumento di battaglia. Renzi, Berlusconi e Grillo (che sono leader indiscussi di questi partiti) pur essendo dialetticamente diversi tra loro, in verità, si presentano tutti accomunati da una politica che fa spettacolo. Essi sono tutti politicus-videns. Non c’è programma televisivo, telegiornale, quotidiano, blog e social-networks che, attraverso questo tipo di comunicazione, non offra una chiave di lettura e di scontro alternativa pur d’incidere sui processi formativi ed adesivi dell’opinione pubblica generata. Pertanto, le previsioni sull’astensionismo, non possono prescindere dalla spettacolarizzazione della comunicazione politica che, inevitabilmente, culminerà col condizionare i dati dell’affluenza alle urne.

Dobbiamo prendere atto che oggi la democrazia è diventata una competizione tra leader e l’astensionismo deve misurarsi proprio con la “libera concorrenza per un voto libero”. In questi casi, la partecipazione dei cittadini è condizionata da cori da stadio e dalla possibilità di incidere liberamente grazie proprio alla possibilità di esprimere una preferenza a prescindere da ogni retaggio ideologico.

Pertanto, la definizione classica d’astensionismo non consente più di guardare al fenomeno in termini di affluenza alle urne ma, addirittura, ad una perdita di fidelizzazione da parte di quell’elettorato stabile che ha sempre sostenuto i partiti storici come PD e FI. Per quest’ultimi, la vera minaccia è perdere ulteriori punti percentuali a causa della perdita di elettori che, diversamente, preferirebbero non andare a votare pur di non tradire la loro fede ideologica.

In virtù di ciò, l’astensionismo 2.0 supera la sua definizione classica e si connota di un duplice effetto. Da un lato l’aumento della perdita di fidelizzazione ideologica proprio in quelle generazioni cresciute con l’idea del partito come strumento d’azione e, dall’altro, la confusione con il sentimento crescente degli euroscettici che porterebbe addirittura al voto buona parte di coloro che sino ad oggi hanno sempre fatto parte di quell’elettorato inespresso non esente dagli effetti negativi delle politiche di austerity imposte dall’Europa. Nel primo caso saremmo degli sciocchi a pensare che l’elettorato storico di PD e FI possa scegliere di votare M5S (piuttosto convoglierebbe verso partiti minori ideologicamente vicini es. SE o FdI-AN). Invece, nel secondo caso (e questa è la vera incognita/sorpresa delle elezioni europee), ci sarebbe addirittura un dato in controtendenza rispetto al 2009 che potrebbe addirittura metterebbe in discussione, qualora l’M5S si affermasse come primo partito, la stabilità dell’attuale Governo e gli accordi sulle riforme presi da Renzi e Berlusconi in Largo del Nazareno.

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