NEL NOME DELL’ IPOCRISIA

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L’ipocrisia ha un nome, si chiama Italia. Muore Riina, il capo dei capi, e in TV iniziano a scorrere le immagini delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Non si parla d’altro. Una sorta di necrologio invertito che ai meriti sostituisce i delitti di chi, allo Stato, ha preferito l’antistato. La cosa è ancor più singolare per questo Paese, perché ci si dimentica che quelle immagini strazianti, per molti telespettatori, possono essere lette anche come l’emblema indiscusso di una sconfitta di Stato. Magistrati e Forze dell’Ordine, figli e paladini di quella legalità dimenticata, fatti saltare in aria perché lasciati da soli a presidiare quel fragile confine che separa il senso del Dovere da tutto il resto.

Oggi, riproponendole per l’ennesima volta, si tenta di far passare la morte di un uomo (oltretutto avvenuta per problemi di salute) come la sconfitta in battaglia della mafia, dimenticandoci, nel frattempo, di tutto quello che è avvenuto da quel maledetto 1992 ad oggi. Ci siamo anche dimenticati che fino a poco tempo fa tutti parlavano addirittura di una trattativa segreta tra Stato e mafia. Dove la storiella dell’accordo, balzato alle cronache con il nome de “Il papello di Riina”,  ha addirittura portato un Presidente della Repubblica italiana sul banco dei testimoni. Ci siamo anche dimenticati che per infiltrazioni mafiose, oltre ai comuni, siamo arrivati a commissariare anche alcune province.

Tutte queste cose messe insieme fanno veramente paura perché ci inducono a ritenere che la piovra, nonostante la detenzione di Riina, di fatto non si è mai indebolita. Oggi, purtroppo, ci ritroviamo tra le mani un paese ancora più corrotto e mafioso, dedito per lo più allo scandalo e all’illegalità. Nonostante ciò, vogliono farci credere che con la morte di Riina l’Italia potrà finalmente ritornare ad essere un paese libero e normale. Ma io dico: si può essere così ipocriti?

(a cura di Gregorio Esposito)

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