UNO STADIO A MISURA DI CITTADINANZA SPORTIVA

Sport-Obiettivo Italia

In questi ultimi anni si è sentito parlare pesso di legge sugli stadi. Un’esigenza legata principalmente all’inadeguatezza dell’impiantistica sportiva presente sul nostro territorio e alla carenza di fondi necessari per una seria riqualificazione di quelli esistenti. Stadi obsoleti, scomodi e poco sicuri sono ormai diventati l’emblema di un settore fortemente in crisi che, oggi più di ieri, necessita di interventi concreti e indifferibili. Se dovessimo prendere in esame il fenomeno scopriremmo un settore fortemente in crisi anche per ciò che attiene il dato legato alle presenze. Questo fatto, ovviamente, non solo si riflette negativamente sui bilanci delle società sportive ma si ripercuote anche in termini di minore competitività con i club di altre squadre europee. Queste ultime avendo stadi di proprietà incassano 4/6 volte di più rispetto ai nostri club (parliamo dei dati della nostra Seria A). Per gli italiani, quindi, la gestione degli stadi più che atteggiarsi in termini di entrate si traduce, quasi sempre, in un costo elevato difficilmente conciliabile con tutte le spese necessarie (trascurando logicamente le entrate derivanti della vendita dei diritti TV) per il funzionamento e la manutenzione degli impianti stessi. Un recente studio, su cosa succederebbe se gli stadi fossero di proprietà dei club sportivi, ha dimostrato (nel medio lungo periodo) che il fatturato aumenterebbe di circa il 27%. Una dato questo che dovrebbe far riflettere ed orientare l’attività parlamentare verso politiche sportive innovative anche sotto il profilo socio-economico.
In considerazione di ciò, un cambiamento orientato ad un diverso approccio del tifoso con il proprio club sportivo potrebbe addirittura rivoluzionare il modo di vivere gli stadi. Al contempo, consentirebbe di recuperare quella credibilità oggi messa in discussione dalle numerose inchieste giudiziarie che hanno interessato soprattutto il mondo del calcio. Pertanto, un percorso di questo tipo non potrà non essere concepito anche in funzione di una nuova legislazione orientata prevalentemente al wellness del tifoso/cittadino.

A che punto sono le Istituzioni e gli addetti ai lavori?  – Preliminarmente, è opportuno chiarire che il calcio italiano ha bisogno di recuperare un po’ di credibilità. Questa è un’operazione che deve riguardare anche il settore dell’edilizia sportiva. Pertanto, ogni attività di sartoria legislativa come quella intentata con l’ultima legge di stabilità non può certamente rappresentare una soluzione esaustiva idonea a disciplinare una materia così complessa come quella legata all’impiantistica sportiva del futuro. Anzi, il rischio più grande è proprio quello che – con la scusa di voler costruire stadi avveniristici – si possano addirittura stravolgere i dettami delle normative attualmente vigenti in materia di urbanistica e di contratti pubblici. A ciò si consideri anche il pericolo di aggiungere agli scandali legati alla presunta compravendita di partite anche quelli legati ad una cementificazione selvaggia. Inoltre, anche la questione legata agli accordi tra federazione sportiva e detentori dei diritti TV meriterebbe di essere disciplinata separatamente rispetto agli interventi che si vorrebbero attuare nel settore richiamato. Sul punto però, c’è ancora chi continua a sostenere che un intervento normativo di questo tipo sarebbe comunque utile a snellire le procedure burocratiche e a velocizzare i tempi di costruzione di nuovi stadi grazie, soprattutto, alla leva delle compensazioni. Ossia, di realizzazioni edilizie (es. complessi residenziali, alberghi, locali commerciali) necessarie ad ammortizzare, in tempi certi, l’investimento iniziale (solitamente di natura privata) per la costruzione di nuovi stadi. Riguardo a quest’ultimo aspetto, si parla solo di finanziatori privati o di credito agevolato da parte dell’ICS (Istituto per il Credito Sportivo) senza però fare riferimento ai finanziamenti pubblici. Sul punto, l’esperienza pratica mostra una realtà in movimento nonostante un quadro normativo farraginoso e non ancora ben definito sotto un profilo giuridico. Nonostante ciò, qualche risultato positivo è stato raggiunto. Si pensi al caso dello stadio di proprietà della Juventus sorto sulle ceneri del vecchio Stadio delle Alpi. Un esempio concreto che dimostra che realizzazioni di questo tipo sono possibili e che, anche in Italia, si può puntare alla costruzione di stadi di nuova concezione. E’ sufficiente un po’ di buon senso, capacità di fare sintesi politica e rispetto per il territorio. Sul punto, possiamo evidenziare come le attuali disposizioni legislative potrebbero addirittura favorire passi in avanti anche sotto il profilo della semplificazione burocratica e delle ulteriori garanzie in termini di contrasto alla corruzione. Pertanto è indispensabile partire proprio dal territorio per iniziare a costruire impianti sportivi polifunzionali e d’avanguardia che siano capaci di comprendere i bisogni, le necessità delle realtà economico-sociali del posto, senza per questo riprodurre format precostituiti che rischierebbero invece di essere inadeguati o addirittura eccessivi rispetto alla dimensione cittadina destinata ad ospitarli. Ogni territorio ha esigenze diverse e, pertanto, deve essere assolutamente evitata ogni forma di intervento che non sia sostenibile nel tempo e/o che violi i piani urbanistici locali. E’ la buona scienza che salva il territorio dalle speculazioni edilizie e rilancia lo Sport come volano sociale oltre che economico. Riguardo a quest’ultimo aspetto, non è necessario realizzare un intero quartiere residenziale quando si vuole costruire un nuovo stadio o ampliarne uno già esistente ma è sufficiente avere ben chiaro il progetto che si vuole realizzare e in funzione di ciò che si dovrà ospitare. E’ questa la formula vincente che genera ricavi e attira sempre più pubblico e partner commerciali. Bisogna quindi puntare alla produzione di ciò che potrà essere qualificabile come valore aggiunto per tutti gli stakeholder, senza il cui supporto, l’impresa locale non sarebbe in grado di sopravvivere. Pertanto, lo stadio deve diventare un luogo d’incontro armonioso dei diversi interessi in gioco e puntare, altresì, alla felicità dei tifosi e dei cittadini che vi partecipano. In questo i fan club giocano un ruolo determinante e verrevvero ad essere investiti di una nuova legittimazione territoriale ben più ampia rispetto a quella tradizionale (ossia di mero luogo di incontro tra tifosi) ma, addirittura, più efficiente a livello di bisogno di sportività e di intervento e programmazione sociale.

In conclusione, come dovrebbero essere gli stadi del futuro? – Sicuramente bisognerà puntare su impianti moderni e polifunzionali; progettati per attrarre spettatori (e utenti) non solo la domenica ma durante tutta la settimana. Pertanto, immaginare strutture realizzate per essere eco-compatibili e alimentate con energie rinnovabili, potrebbe rappresentare quella combinazione vincente da coadiuvate con forme di associazionismo inclusivo e politiche sociali di promozione sportiva non necessariamente professionistica. Questo è un modello che si potrebbe introdurre anche nel nostro paese mediante la costruzione di impianti sportivi d’avanguardia ma, soprattutto, aperte a tutte quelle realtà che ruotano intorno al mondo sportivo. Probabilmente, però, gli interventi legislativi che si vorrebbero attuare non vanno proprio in questa direzione e non soddisfano a pieno le esigenze di coloro che più si dicevano pronti ad investire fondi privati per la realizzazione di stadi di proprietà. Allo stato residua ancora una certa diffidenza che deve essere necessariamente colmata e integrata da una nuova visione sportiva anche in questo settore. Una sorta di rivoluzione della coscienza e della fede calcistica. Per esempio, alcuni presidenti di Serie A hanno criticato l’attuale legge sugli stadi perché non prevede una reale apertura agli investimenti privati, soprattutto, in termini di edilizia residenziale. Logicamente il rischio di speculazioni rimane ancora molto alto anche se è necessario guardare proprio ai privati se vogliamo intercettare nuovi capitali da far confluire in un lungimirante progetto di riqualificazione che comprenda anche impianti sportivi già esistenti. Sul punto, le potenzialità di un modello di questo tipo potrebbero risultare appetibili soprattutto per le categorie minori. Si pensi per esempio alla Lega Pro, i cui club sono spesso ancorati a realtà cittadine di dimensioni contenute, che potrebbero addirittura stravolgerne il tessuto locale con operazioni di integrazione sociale e recupero urbano. Si pensi, altresì, anche alle innumerevoli palestre presenti all’interno di istituti scolastici che, solo per fare un esempio, potrebbero addirittura essere inserite all’interno di complessi sportivi più ampi favorendo al contempo modelli innovativi di didattica e formazione motoria degli studenti.

In conclusione, possiamo augurarci che una lungimirante legge sugli stadi, potrebbe consentire di ampliare l’attuale dimensione sportiva favorendo, al contempo, anche un incremento rilevante di quella dimensione economica e sociale oggi esistente.
Il buon senso se ben veicolato condurrebbe ad una nuova generazione di stadi che favorirebbero un approccio sportivo diverso del tifoso e maggiori volumi d’affari non solo per i club proprietari ma anche per tutte quelle realtà socio economiche che ruotano intorno al mondo dello sport. Inevitabimente, esse non sarebbero più viste come realtà accessorie ma complementari ad una nuova offerta sportiva orientata al benessere tifoso/cittadino.

(a cura di Gregorio Esposito)

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